ASPETTI GEOLOGICI

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Il territorio della Comunità Montana appartiene alle Alpi Meridionali, un settore della catena alpina esteso per circa 700 km in direzione ovest-est e largo tra 50 e 150 km in direzione Nord-Sud. Esse sono separate dalle Alpi sensu strictu dalla Linea Insubrica, importante discontinuità della crosta terrestre (detta dai geologi "faglia"), oggi inattiva, che si estende per centinaia di km (Fig. 1) tagliando il Nord Italia senso Est-Ovest. La storia geologica dell'area del Piambello è si è snodata lungo le tre Ere che hanno caratterizzato gli ultimi 540 milioni di anni di storia del nostro Pianeta: l'Era Paleozoica (540-250 milioni di anni fa), l'Era Mesozoica (250-65 milioni di anni fa) e l'Era Cenozoica (65 milioni di anni fa-presente). E' utile ricordare che i momenti geologici di transizione fra un'Era e la successiva sono state fatte coincidere, dai paleontologi, con grandi estinzioni di massa che portarono alla scomparsa di gran parte delle specie allora viventi, sia negli oceani che sulle terre emerse.

Considerando il principio fondamentale per le Scienze della Terra, ovvero che le rocce racchiudono in sé la testimonianza degli eventi che hanno portato alla loro formazione, possiamo ricostruire a grandi linee la storia geologica di questo settore delle Alpi Meridionali attraverso l'analisi delle formazioni e successioni rocciose che lo compongono.

Partiamo dunque dalle rocce che compongono il cosiddetto "Basamento cristallino" e che si osservano nella Valle della Tresa, sul monte Martica e in corrispondenza della strada provinciale Brusimpiano-Porto Ceresio. Si tratta micascisti e gneiss, rocce metamorfiche la cui tessitura, osservabile in dettaglio, è caratterizzata dalla disposizione dei minerali in piani orientati e da pieghe anche di piccolissime dimensioni (Foto 2).

Il "Basamento cristallino" che oggi osserviamo è ciò che resta di antichissime successioni di rocce sedimentarie di età paleozoica, che furono deformate più volte nel corso della formazione di antiche catene montuose delle quali troviamo resti soprattutto in Europa, dalla Scandinavia, alla Francia, alla Russia. Queste rocce, dopo essere state deformate e sottoposte a metamorfismo, furono modellate, erose e "piallate" da fiumi, vento e ghiacciai, fino a trasformarsi in una sorta di "tavolato", sopra al quale si sono in seguito deposte le rocce che documentano il successivo scorrere del tempo geologico. Durante l'ultimo periodo dell'Era Paleozoica, il Permiano (299-251 milioni di anni fa) ebbero luogo lungo tutta l'estensione dell'area oggi occupata dalle Alpi Meridionali, imponenti fenomeni magmatici che portarono all'emissione di ingenti quantità di rocce vulcaniche, sia effusive che esplosive, che affiorano oggi in un'ampia area compresa fra le Dolomiti occidentali e il Lago Maggiore. Attorno a 290 milioni di anni fa, una serie di spesse colate di lava, emesse da centri eruttivi oggi estinti (probabilmente localizzati nell'area del Monte Piambello), andarono a ricoprire il territorio e, raffreddandosi, dettero vita alla successione rocciosa oggi nota come "Formazione Porfirica del Varesotto". Al termine di questa fase vulcanica si ebbe una fase caratterizzata dalla risalita di grandi volumi di magma che non riuscivano però a dare luogo ad eruzioni e arrestavano la loro risalita a pochi km di dalla superficie, raffreddandosi lentamente. La solidificazione del magma a bassa profondità nella crosta terrestre, avvenuta circa 265 milioni di anni fa, portò così alla formazione di un tipo particolare di roccia magmatica, detta di tipo "ipoabissale"; la successiva erosione ad opera di acqua, vento e ghiaccio, avvenuta nel corso di centinaia di milioni di anni, ha rimosso la coltre rocciosa sovrastante e ha messo a nudo una formazione rocciosa oggi denominata "Granofiro di Cuasso". Si tratta di una roccia a composizione silicatica (quarzo, feldspato, plagioclasio) e dal caratteristico colore rossastro (Foto 3), estesamente utilizzata come pietra da costruzione; le cave principali sono ubicate presso Cuasso al Monte, ma un tempo erano attive anche presso il Monte Mondonico in Valganna. Il "Granofiro di Cuasso" è stato utilizzato tanto come pietra da costruzione per edifici di pregio, come la Badia di San Gemolo a Ganna (Foto 4), che nelle pavimentazioni stradali. Il Granofiro, le porfiriti, i tufi e le lave della serie vulcanico-ipoabissale del periodo Permiano affiorano in Valganna e Valceresio, costituendo i gruppi montuosi del Monte Martica, Piambello, Monte Derta e il versante compreso fra Alpe Tedesco e Cuasso. Più a Nord le rocce vulcaniche si rilevano dalla Valmarchirolo, tra Cadegliano Viconago e Cugliate Fabiasco, fino a Grantola in Valtravaglia.

Le successive vicende geologiche che hanno caratterizzato l'area delle Alpi Meridionali sono legate alla particolare conformazione geologica delle terre emerse all'alba dell'Era Mesozoica: 250 milioni di anni fa, tutti i continenti che oggi si trovano distanziati e separati da mari e oceani, erano infatti uniti in un unico supercontinente, la Pangea, circondato da un unico, immenso "superoceano". Tutti gli eventi che hanno portato alla formazione delle Alpi ebbero origine allorquando un sottile braccio di mare cominciò ad "insinuarsi" nel cuore del supercontinente. Questo bacino, al quale i geologi danno il nome di "Tetide", cominciò gradualmente ad allargarsi ed approfondirsi a partire dal primo periodo dell'Era Mesozoica, il Triassico, fino a divenire un vero e proprio oceano a partire dal successivo periodo, il Giurassico.

Sul fondo della Tetide si depositavano i gusci e scheletri calcarei degli innumerevoli organismi che lo popolavano. Una volta accumulatisi in ingenti quantità, questi "resti" di organismi marini andarono a formare le rocce sedimentarie che oggi formano l'ossatura delle Alpi Meridionali, dove formano spettacolari rilievi quali, solo per citare alcuni esempi, la catena delle Dolomiti, il Monte Generoso e il gruppo delle Grigne. Nell'area di interesse, le rocce sedimentarie riferibili al mesozoico affiorano in grande quantità sotto forma di calcari e dolomie nei monti Minisfreddo, Monarco, Useria ed Orsa e nell'area compresa tra Monte Marzio e Ponte Tresa. Particolarmente degni di nota sono gli "Scisti bituminosi di Besano" (noti anche come scisti ittiolitici), costituiti da strati di dolomie alternati a strati di argilla bituminosa (Foto 5).

Questa formazione è nota a livello internazionale per i resti, eccezionalmente conservati, di Pesci e Rettili, oltre ad Ammoniti, Bivalvi e vegetali. I livelli bituminosi sono il risultato dell'accumulo di ingenti quantità di sostanza organica. Particolarmente importante, tra i ritrovamenti effettuati all'interno di questa formazione rocciosa, è il Besanosaurus leptorhynchus, fossile di ittiosauro meglio noto sotto il nome di "Besanosauro".

Durante la successiva Era Cenozoica (il cui inizio, 65 milioni di anni fa, coincide con la drammatica scomparsa di Dinosauri e Ammoniti), la collisione tra zolla africana ed eurasiatica provocò il sollevamento delle Alpi (a Nord della Linea Insubrica), delle Alpi Meridionali e degli Appennini: il progressivo accatastamento di enormi scaglie di roccia provocò la deformazione delle rocce del territorio del Piambello, sotto forma di pieghe e soprattutto "faglie", fratture in corrispondenza delle quali due lembi di roccia si muovono l'uno rispetto all'altro. Un classico esempio di questo tipo di deformazione delle rocce nel territorio della Comunità Montana è la faglia di Marzio.

Alla fine del Pliocene (ultima epoca del Periodo Terziario), circa 2 milioni di anni fa, la regione prealpina era stata del tutto abbandonata dalla acque del mare: l'epoca successiva, il Pleistocene (2 milioni di anni fa-10.000 anni fa) fu dominato dal succedersi di intervalli glaciali e interglaciali che provocarono il modellamento delle Alpi e conferirono alle nostre montagne l'aspetto che oggi osserviamo. A testimonianza delle glaciazioni restano oggi grandi depositi morenici, formati da accumuli di massi, ghiaie e sabbie che si estendono, con affioramenti discontinui, lungo i pendii dei Monti Scerrè e Piambello. Anche il tipico profilo ad "U" di Valganna, Valmarchirolo e Valceresio è una chiara testimonianza del passaggio di lingue glaciali e della loro intensa attività erosiva. Un altro segno evidente dell'opera di erosione, trasporto e sedimentazione da parte dei ghiacciai è rappresentato da i cosiddetti "massi erratici", blocchi di dimensioni ciclopiche disseminati nelle nostre valli, che vennero trasportati anche per decine di km dalla lenta avanzata delle lingue glaciali, ed abbandonati sul territorio allo scioglimento dei ghiacci.

Data la natura preminentemente calcarea di gran parte delle rocce affioranti localmente, il carsismo è un fenomeno assai esteso nel Piambello e risulta apprezzabile all'interno delle numerose grotte tra le quali, in particolare le Forre della Valganna, l'Antro delle Gallerie, il Boeuc dul Alabastro, le Grotte (Foto 6) e le Cascate di Valganna (Foto 7).
In Valganna sono inoltre presenti numerosi depositi di una roccia particolare, il "travertino" (Foto 8), denominato localmente "Travertino della Valganna". Si tratta di un materiale calcareo a struttura spugnosa ricca di cavità, che venne estesamente utilizzato nell'architettura medievale grazie alle caratteristiche di notevole leggerezza. Esempi di particolare interesse possono essere osservati negli edifici della distrutta Castrum Sibrium (Castelseprio).

Pagina a cura del dott. Federico Aligi Pasquaré, DIPARTIMENTO DI SCIENZE TEORICHE E APPLICATE, Università dell'Insubria, sede di Como.

Linea_Insubrica

Fig. 1: la Linea Insubrica.

 

Basamento_cristallino

Foto 2: il Basamento cristallino.

 

Affioramento_di_granofiro

Foto 3: affioramento di Granofiro di Cuasso.

 

Campanile_della_Badia_di_Ganna

Foto 4: campanile della Badia di San Gemolo a Ganna.

 

Scisti_bituminosi_di_Besano

Foto 5: Scisti bituminosi di Besano

 

Grotte_di_Valganna

Foto 6: grotte di Valganna.

 

Cascate_di_Valganna

Foto 7: cascate di Valganna.

 

Travertino_della_Valganna

Foto 8: Travertino della Valganna.